riflessioni
Overtourism: un esercizio alchemico di presenza
Si parla molto, in questi giorni, di quanto stia diventando difficile vivere la nostra amata montagna. L’overtourism, l’invasione dei sentieri, quel modo di vivere le vette che sembra ridursi a un battito di ciglia — il tempo necessario per uno scatto da postare sui social — sta sollevando un polverone. Vedo intorno a me due fazioni schierate: da una parte chi, come me, cerca nelle cime il silenzio e la connessione; dall’altra chi, spesso in modo inconsapevole, sembra trattare il territorio come un semplice fondale scenografico per validare la propria esistenza online.
Ma fermiamoci un istante. Se guardiamo a tutto questo non come a un problema di ordine pubblico o di civiltà, ma attraverso la lente del nostro cammino di crescita interiore, cosa accade? Se applichiamo i principi dell’alchimia — quel lavoro costante di trasmutazione del piombo in oro — la prospettiva cambia radicalmente.
La trappola della dualità
Il conflitto che stiamo vivendo è, a ben guardare, un classico specchio dell’ego. Nel momento in cui urliamo contro “l’incivile” che corre per farsi il selfie, stiamo cadendo nella stessa identica trappola di chi cerchiamo di giudicare: quella della separazione. La montagna è diventata il campo di battaglia dove proiettiamo il nostro bisogno di sentirci “giusti” o “evoluti”.
L’alchimista sa che, finché ci posizioniamo nel giudizio, alimentiamo solo il conflitto. Non è la folla il problema, ma la nostra reazione. Quel fastidio che proviamo è un materiale prezioso, un “piombo” grezzo che bussa alla porta della nostra consapevolezza, chiedendoci di essere trasformato.
Il selfie come fame di sé
E quelle persone che corrono verso la vetta solo per immortalarsi? Possiamo vederle con occhio critico, o possiamo scegliere di guardare oltre. Cosa spinge qualcuno a cercare disperatamente un’approvazione esterna per sentirsi esistente? È una fame di luce, un bisogno profondo di riconoscimento che si manifesta in modo distorto.
È il sintomo di un’umanità che soffre di un profondo senso di inesistenza: “Se non lo pubblico, se non mi vedono, non esisto”.
Trasformare il rumore in silenzio
Il lavoro che ci viene chiesto oggi — in questo tempo strano e frenetico — non è quello di chiuderci in una torre d’avorio, ma di diventare alchimisti dello spazio. La sfida, per noi che cerchiamo la crescita spirituale, non è più quella di trovare un bosco deserto dove il mondo esterno tace. La vera maestria consiste nel riuscire a mantenere il silenzio dentro di noi, una verticalità che non vacilla nemmeno quando il sentiero è colmo di voci, distrazioni e frenesia.
Non possiamo cambiare le dinamiche del mondo, ma possiamo cambiare la nostra frequenza interiore. La montagna, con la sua bellezza ferita dal turismo di massa, è oggi più che mai la nostra palestra. Ci sta chiedendo di non essere più semplici “turisti dello spirito”, ma custodi di una presenza così solida da rendere il sacro inviolabile, ovunque ci troviamo.
Ci sta chiedendo di trovare la pace anche dentro la tempesta.